lunedì 25 ottobre 2010

l'amore non ha età


Quando Jessika era piccola, era innamorata di Enrico.
“Sai che ho un fidanzato?” mi diceva tutta contenta.
“Ah, sì?” le rispondevo, “e lui lo sa?”.
“No.. non gliel’ho ancora detto”.
Mi faceva morire dal ridere, mi sembrava comicissima.

“Sai che ho ripreso a sentirmi con Sebastiano?” le ho detto l’altro giorno.
“Ah, sì?”, mi dice lei, “e posso indovinare chi dei due ha chiamato per primo?”
Ho emesso una risata isterica e mi sono sentita piccolissima.

Sono passati tre anni e mezzo da quando l’ho conosciuto. Tre anni di inferno e mezzo di gaudio, in ordine cronologico inverso. In tutto questo tempo mi sono sentita fidanzata, non ho avuto altre storie e non ho mai cercato nessun altro. Ho fatto lo sforzo di aspettare, perché Sebastiano non vuole impegni e ha bisogno di tempo, quello di comprendere, perché Sebastiano ha avuto brutte esperienze e adesso ha paura di soffrire ancora, e ho torturato la mia amica Catia di racconti e ragionamenti, perché lei, che è acquario come lui, lo capisce meglio di me. O, forse, solo perché Sebastiano non ascolta e, altrimenti, non avrei saputo con chi parlare.

Mi sono sentita fidanzata, ma non lo ero. A differenza di Jessika ed Enrico, Sebastiano lo sapeva, perché io glielo avevo detto.
Ma lui ha fatto finta di non capire.

domenica 17 ottobre 2010

bi sogni


Non mi sono mai drogata. Non so che possa voler dire rantolare per il desiderio e il bisogno fisico di farsi.
Eppure mi sento in piena crisi di astinenza.

sabato 22 maggio 2010

nutrimento emotivo


Il giovedì è il giorno del mio oroscopo preferito, nonché l’unico che leggo. Lo trovo pubblicato puntualmente sulla pagina web della rivista internazionale e me lo godo, come momento di suggestiva riflessione astrale. Quello di questa settimana dice:

Quando una persona è veramente disidratata, non prova l’impulso di bere. Perciò spesso non si accorge neanche di avere bisogno di acqua. Metaforicamente parlando, Pesci, anche tu sei stato privato così a lungo di un certo tipo di nutrimento emotivo che non ne senti più la mancanza. Cerca di capire di che si tratta e poi prendi dei provvedimenti equilibrati (non disperati) per procurartene una dose abbondante. I ritmi cosmici saranno dalla tua parte in questa impresa.

Di solito non mi lascio impressionare, ma questa volta, ben prima dell’ultima parola, mi sono scoperta a sillabare a voce alta: nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo- nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo- nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo- nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo-, come se a ripeterlo dovesse apparire la soluzione ai miei guai. So-no-sta-ta-pri-va-ta-di-nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo-e-me-ne –ser-ve-u-na-do-se-ab-bon-dan-te.
Ancora in preda alla suggestione, nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo , ho aperto la posta elettronica. Tra le decine di notifiche inutili dei social network e la dose di pubblicità giornaliera, ho trovato un accorato messaggio di Ivan che mi chiedeva con garbo e cortesia che fine avessi fatto e se stessi bene, e che diceva di essere preoccupato per me, non avendo avuto notizie per giorni.
nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo-do-se-ab-bon-dan-te
Mi sono sentita in colpa. Gli ho risposto che non merito le sue attenzioni e che non lo dico tanto per dire ma lo penso davvero, che non sono abituata alle premure -nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo- e che se lo fossi, magari avrei pensato di rispondere al suo "come stai?" di qualche giorno fa, prima che lui temesse il peggio.
Ho avuto la febbre, una brutta influenza, sono stata male. Non ho pensato che fosse urgente rispondere. Nessuno si preoccupa per me. A volte per giorni e giorni non ricevo nemmeno telefonate. Questi ultimi li ho trascorsi trascinandomi a scuola e ritrascinandomi a casa, dove ho aspettato che passassero tempo e tosse tra letto e divano.
Non sono abituata alle premure -nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo- e non mi capita spesso di riceverne. Alla prima da anni, inaspettata e gratuita, mi sono sentita in colpa. Ho spento il computer. Sono scoppiata in lacrime.
So-no-sta-ta-pri-va-ta-di-nu-tri-men-to-e-mo-ti-vo-e-me-ne –ser-ve-u-na-do-se-ab-bon-dan-te.

sabato 17 aprile 2010

Ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar!


Trentacinque chili fa facevo fatica a muovermi e somigliavo più ad un pachiderma che ad un essere umano. Soffrivo il caldo, lo sforzo fisico e lo sguardo degli altri. Indossavo solo abiti larghi, quei pochi che riuscivano a contenere le tante bellezze di cui madre natura e amica heineken mi avevano dotato e, in estate, una tutina grigio dumbo che aggiungeva il giusto colore alle mie forme elefantiache.
Trentacinque chili fa ero emotivamente costretta in un dolore sordo e profondo al quale avevo inconsciamente creato un enorme spazio per poter essere contenuto e conservato. Non mi guardavo allo specchio e non cercavo minimamente di migliorarmi perché io, il mio grasso e il mio dolore ci bastavamo e avanzavamo. Ci tenevamo caldo e ci consolavamo. E rimanevamo lì a cullarci, in quello spazio senza tempo e senza materia dove non era lecito consumare nemmeno un abbraccio, né un bacio.
Oggi attraverso le strisce pedonali e le macchine si fermano per farmi passare. Se ho addosso una gonna e un paio di tacchi gli autisti si girano a guardare e, se particolarmente maschilisti, anche a commentare. I colleghi uomini mi riempiono di complimenti e vicini di casa e sconosciuti mi aprono la porta del condominio, della posta, del supermercato.
In questi trentacinque chili sono concentrate la gentilezza e la galanteria del mondo e io, inconsapevole di essere sessualmente repellente allora e sessualmente desiderabile adesso, continuo ad andare a spasso con lo stesso dolore sordo e profondo, costretto a rifugiarsi in un posticino più piccolo e dimesso dove la materia si fa distorta e il tempo si dilata. E ancora una volta senza un abbraccio, né un bacio.

martedì 30 marzo 2010

il lupo perde il pelo. io no.


Sono vittima di uno strano stordimento. Lo stordimento del dolore acuto, quello che consuma tutte le energie e che rende incapaci di provare qualsivoglia altro sentimento. Lo avevo già provato in passato e, avendolo superato, pensavo che in futuro sarei stata in grado di gestirlo, di contestualizzarlo e metabolizzarlo più velocemente. Pensavo e speravo, ma, come si dice? Il lupo perde il pelo ma non vizio e io, sinceramente, non perdo nemmeno il pelo.
Sono vittima di uno strano stordimento e oggi più che mai. Mi trascino inutilmente nei minuti di una domenica che non vuole finire. La tv è accesa e vomita parole inutili. Il pc perpetua l’illusione dell’amicizia attraverso una lunghissima lista di contatti online è offline, che tutto sono, tranne che contatti. Sono solo tanti e a tratti riempiono le pagine del web di dediche, canzoni e commenti.
Ma è il pieno che si fa formalmente vuoto mentre io sento la mancanza delle sue braccia e, persa tra di loro, della sua presenza. Lo stordimento non mi permette di arrivare al suo sorriso e al suo sguardo. Lo stordimento confonde i ricordi belli con quelli brutti e mi lascia sul divano, con i muscoli intorpiditi e la testa assorta nello smaltimento del vuoto.
È uno strano stordimento e quando mi sarò svegliata, spero che sia stata l’ultima volta.

Amore a lunga conservazione


La maggior parte delle persone che conosco crede in qualcosa: Dio, la rivoluzione, la forza della musica, la bellezza dell’arte. Io non credo in niente e ho perso anche l’occasione di affidarmi al bambinello portafortuna di Praga che ho comprato e regalato alla mia amica Mari. Il mio niente è fatto di piccole cose che, a tratti, mi danno soddisfazione. Un po’ di sole a riscaldare la pianura padana, la seconda L che trova divertenti le mie lezioni, portare casa mia alla temperatura di 12 gradi. Piccole cose. Piccolissime. Ma significative.
Fino a qualche anno fa mi piaceva dispensare consigli. Mi faceva sentire più grande, più dentro alle cose. E avevo opinioni su tutto. E soluzioni logiche, pronte, infallibili.
Si dice che crescendo si migliora. Si dice, oppure scambio per regola il vago ricordo di qualcuno che me lo ripeteva quando il futuro non era ancora presente.
E io in qualche cosa sono migliorata. Conto fino a 10 prima di sparare a zero sulle cose e le persone, preferisco una cena tranquilla e due chiacchiere alle notti goliardiche e inutilmente alcoliche e mi concentro di più sui rapporti, quei pochi rapporti veri che mi sono rimasti. So anche chiedere aiuto, perché finalmente riesco ad ammettere di averne bisogno. Un bisogno spasmodico di sincerità, di amicizia, di verità. O, forse, solo di umana comprensione. Quella che Nino cercava nei miei occhi, che io ho provato a dargli, ma che ho irrimediabilmente confuso con l’amore, facendo un gran casino, come al mio solito.
Adesso Nino non c’è e non c’è niente al mondo che mi manchi più della sua risata scanzonata ed irriverente. Oggi saprei dargli quello che cercava e saprei dirgli che lo capisco, senza giudicare. Ho imparato a mie spese che chiudere la porta non significa necessariamente rifiutarmi. Ho capito con dolore che l’amore è qualcosa che non si può pretendere e che se non arriva, la colpa è nostra solo fino ad un certo punto. Ma non glielo posso più dire. Quello schiaffone che ancora brucia mi ha tolto la voce e la parola, è diventato parte di me e della mia quotidianità. Mi ha cambiato la vita e mi ha reso meno presuntuosa e meno intransigente.
La maggior parte delle persone che conosco crede in qualcosa. Qualcosa di grande ed irraggiungibile. Così si ha tutta la vita per cercare di ottenerlo e la vecchiaia per rimuginare sul risultato. Magari dovrei farlo anche io. Come quando frequentavo il box 2 in attesa della lotta di classe e riuscivo a riempire i giorni e la bocca di speranza e buoni propositi. Oppure potrei semplicemente concedermi una seconda possibilità, per togliermi quel peso, per annientare quel dolore ossessivo e martellante che da sei anni comprime le mie emozioni.

venerdì 26 febbraio 2010

aranci aranci


Accendo la tv per sentire rumore in casa. Per compagnia, come direbbe mia nonna. Di sottofondo solo le voci sgradevoli delle conduttrici dei programmi del pomeriggio di Mediaset, che è l’unica cosa che si vede in questa casa senza antenna. Una dice che nella casa del Grande Fratello ci sono 26 gradi. Non per scelta degli autori, sottolinea. A causa delle luci. Dove vivo io ce ne sono 10, con i termosifoni e una stufa elettrica accesi. E qualche lampadina a risparmio energetico, sperando che l’unione faccia la forza.
I ragazzi in gabbia di canale 5 colorano lo schermo con pettorali scolpiti e tette rifatte in bella vista. Io, a casa mia, non riesco neppure a depilarmi per andare in piscina. Operazioni come questa richiedono una certa nudità e le nudità, qui, non sono permesse. No, no. Anche la doccia la faccio ad occhi chiusi, non sia mai che lo sforzo mi permetta di immaginare di trovarmi in una calda e assolata spiaggia del Brasile.
È strano, è paradossale e, se vogliamo, alquanto ironico. Non pensavo che si potesse vivere così al giorno d’oggi. Insomma, non a Milano, non nei loft che fanno tanto figo, fighetto e al passo con le nuove tendenze del design. Si parla tanto di terzo mondo e, a volte, il terzo mondo è più vicino di quanto non si creda. Il mio è un terzo mondo capitalistico. Sono l’ultima ruota del carretto sfondato che è l’Italia. Sono quella che prende la casa più piccola che c’è, perché 100 euro di affitto in meno fanno la differenza, quella che la arreda con mobili rubati nottetempo alle discariche e quella che non può permettersi una causa legale per rovinare i proprietari del suo tugurio. È strano, è paradossale e, se vogliamo, alquanto ironico, se pensiamo che, ad un km da qui, tenevo spento il termosifone di camera mia perché altrimenti non riuscivo a respirare. È strano, è paradossale e, se vogliamo, alquanto ironico, perché mi sveglio ogni mattina per andare a lavorare a 2000 km da casa mia e da tutti i miei affetti e non mi lamento perché la fatica mi rende indipendente. È strano, è paradossale e, se vogliamo, alquanto ironico. Ma eccomi qui, a schiacciare in solitudine i miei maroni. In Sicilia si direbbe: “Aranci aranci, ri cui su i guai si chianci”. Qui non lo so, perché il dialetto lumbard è una di quelle cose che fortunatamente posso evitare di conoscere. Ri cu su i guai si chianci. Già, e piangere è davvero un fatto privato.